Credere nell’uomo o credere nel denaro?

Proprietà è responsabilità. Questo è il titolo del convegno che si è tenuto il 15 marzo scorso a Roma, nella sede romana di Confedilizia. Economia, denaro, proprietà, responsabilità, lavoro, comunità le parole chiave. Tra i protagonisti del dibattito, l’avvocato Corrado Sforza Fogliani, vicepresidente dell’ABI (Associazione bancaria italiana), Presidente di Assopopolari ((Associazione fra le banche popolari) e del Centro Studi di Confedilizia, nonché del Comitato esecutivo della Banca Popolare di Piacenza, e il professor Pierangelo Dacrema, che insegna Economia degli intermediari Finanziari all’Università della Calabria.

Quale responsabilità

Proprietà è responsabilità. Professor Dacrema, è ancora possibile, in un mondo che volge sempre più verso la potenza spersonalizzante e deresponsabilizzante del denaro, parlare di responsabilità?
Pierangelo Dacrema:
Proprietà è responsabilità. Insisterei sul verbo essere: non è un refuso averlo sostituito alla congiunzione “e”. Il verbo “è” attesta una correlazione più forte. Proprietà è responsabilità nel senso più forte e proprio del termine, perché la proprietà è cura. La proprietà è attività privilegiata con un bene fisico. La proprietà può anche diventare amore, buona amministrazione. La proprietà è stimolo a fare e a fare bene. Attraverso il lavoro si instaura una relazione privilegiata con un bene più o meno articolato. Così come sono proprietario del piatto di pasta che sto mangiando, posso diventare responsabile di un bene più complesso e articolato – una casa, un’azienda, un terreno. La proprietà è responsabilità perché è utilizzo proficuo di una porzione di mondo. Gli uomini sono responsabili dei fatti e il mondo è tutto ciò che accade, non solo un elenco di cose.

C’è un distinguo da fare, tra la proprietà di un bene e la “proprietà” del denaro?
Pierangelo Dacrema
: Il denaro è fatto di numeri. Lo si può considerare come una mitragliatrice puntata in non si sa quale direzione, mentre la proprietà di qualunque altro bene è come una freccia puntata sul suo bersaglio naturale. C’è quindi una naturalità, c’è un’intensità nella proprietà di un bene specifico che non può esserci nella proprietà del denaro che ha qualcosa di insidioso e di pericoloso in sé.

“In attesa dell’oracolo a Wall Street” (1927)

Avvocato Sforza Fogliani, lei è un banchiere da sempre assertore delle banche di territorio. Nelle banche di territorio il nesso fra beni, responsabilità e relazioni interpersonali – ciò che chiamiamo “fiducia” – è fondamentale. Quanto sono a rischio, oggi, le banche di territorio rispetto a questi beni primari messi a dura prova dalla potenza spersonalizzante del denaro? Le banche vengono spesso additate come le principali responsabili nel veicolare questa potenza spersonalizzate a discapito della fiducia, ma è sempre stato così?
Corrado Sforza Fogliani
: Io credo di no, che non sia sempre stato così. È solo negli ultimi tempi che il mercato bancario è stato dominato dalla finanza internazionale, che ha delle sue logiche. Sintomo di questa deriva è il fatto di aver creato a livello internazionale e, conseguentemente, a livello nazionale un pensiero unico che porta a strumentalizzazioni del denaro a fini non propri. Tra queste strumentalizzazioni, possiamo ricordare quella della crisi che, dagli Stati uniti, nel 2008 è stata importata in Europa, crisi che in Italia persiste, mentre in altre nazioni, che l’avevano pur forzatamente importata, è stata superata grazie alle defiscalizzazioni, soprattutto dell’immobiliare (penso alla Spagna). Il denaro, ce lo insegna la parabola dei talenti, di per sé non è né buono né cattivo. Al di là degli errori umani nella valutazione del merito creditizio, che vanno messi in conto, possono essere frutto di cattive valutazioni e sono comunque nella logica del mercato, è un fatto che quando il denaro è utilizzato dalle banche di territorio e diffuso, erogato, prestato è nello stesso interesse delle banche in questione che quel denaro sia fruttuoso per il territorio. È nel loro interesse, non solo nel loro Dna, che il territorio vada bene, che il mercato e l’imprenditoria del loro territorio sia vivace e viva. Ecco perché le banche di territorio sono tra gli oppositori della finanza internazionale, ovvero dell’utilizzo della finanza speculativa in sé e per sé e non ai fini di sostenere l’economia reale. Anche le organizzazioni di rappresentanza dovrebbero interessarsi al fatto che l’Italia è oramai un territorio conteso dalle banche d’affari statunitensi o europee e dalla speculazione, ovvero dei fondi di investimento europei.

Banche e territori

La recente riforma delle banche popolari va in questa direzione…
Corrado Sforza Fogliani
: Con la riforma, già da subito molte banche popolari che si trasformeranno saranno in mano ai fondi di investimento esteri, come già in mano ai fondi esteri sono molte delle banche che si sono trasformate. Questa è la preoccupazione, perché se la finanza internazionale vincesse queste contese che ci sono sul territorio italiano, presto ci troveremmo con un mercato del credito oligopolista governato da quattro o cinque banche in tutt’Italia.

Avremmo, di fatto, una deresponsabilizzazione completa, con flussi del denaro sganciati da produzione di valore sul territorio…
Corrado Sforza Fogliani
: Certamente, perché le grosse banche non hanno un interesse diretto a sovvenire al territorio del quale, e grazie al quale, vivono come le banche di territorio. Le grosse banche possono spostarsi e fare investimenti e erogazione del credito in quella parte dei mercati che sono a loro più favorevoli. Non per niente un’indagine statistica dimostra che i tassi per il credito alle imprese, alla piccola imprenditoria e all’artigianato sono più bassi dove vi è una banca di territorio, che è proprio la banca che fa concorrenza alle grosse di modo che le grosse banche si debbono adattare ai tassi che le banche di territorio praticano sul territorio.

Il punto, mi pare, sia lo sradicamento o il radicamento. Ma anche la dimensione, in qualche modo, fa la sua parte…
Pierangelo Dacrema
: Esiste infatti una differenza profonda tra una banca di territorio, che generalmente è di piccole dimensioni, e il modello di banca gigantesca che purtroppo si sta affermando a livello mondiale. Il mercato bancario è un mercato oligopolistico, che tendenzialmente e tragicamente potrebbe trasformarsi in un monopolio. Una grande banca tende a trattare gli uomini come numeri, non fa valutazioni di tipo morale e spesso neppure di tipo imprenditoriale. Una grande banca infila un numero in un algoritmo e l’algoritmo dice “sì” o “no” secondo una logica che, tra l’altro, non tende nemmeno a salvaguardare la moneta. Per esempio, una grande banca come Unicredit ha perso, negli ultimi anni, decine di miliardi e, nonostante questo, trova sempre le risorse per aumenti di capitale che la BCE, l’organi di vigilanza, impone. Questi macro-organismi tendono a diventare una specie di impero del denaro, senza cura dell’umano e senza cura del territorio. L’arte del banchiere, devo affermare con dispiacere, non esiste quasi più. L’arte di valutare il merito creditizio di cui parlava Corrado Sforza Fogliani è un’arte che va morendo. E questo impaurisce. Una banca di territorio cura, amministra il suo bene più prezioso: il territorio e gli uomini che vi lavorano. Una macro banca tende invece a far parte di un meccanismo che ha ben poco di umano e, purtroppo, se ne avvertono le conseguenze.

Non possiamo assolvere le banche, che in questa deriva hanno una loro responsabilità…
Pierangelo Dacrema: Le banche non sono certamente le uniche responsabili, ma il fatto che la ricchezza sia concentrata nelle mani di sempre meno persone – parlo della grande ricchezza – ha a che fare con questa involuzione del sistema e con in mondo del denaro, che sta prendendo il sopravvento su quello degli uomini e delle loro relazioni.

La proprietà è responsabilità perché è utilizzo proficuo di una porzione di mondo. Gli uomini sono responsabili dei fatti e il mondo è tutto ciò che accade, non solo un elenco di cose

Pierangelo Dacrema

La finanza si gioca il denaro della gente (1908)

Comunità volontarie e pluralismo degli ordinamenti

Torniamo al tema delle relazioni. È come se il flusso della finanza territoriale, impattando coi territori, cambiasse la qualità delle relazioni, le sradicasse. Di contro, però, c’è un movimento che, dal territorio, sta emergendo: quello delle comunità volontarie, dove il rapporto pubblico-privato viene completamente ridefinita e la fiducia interpersonale ritorna sulla scena…
Corrado Sforza Fogliani
: Quello delle comunità volontarie è un tema di cui sono da tempo sostenitore e di cui, in un certo senso, sono stato promotore, perlomeno a livello di diffusione generale. Nasce da una mia esperienza negli Stati Uniti. Esperienza che è stata, poi, corroborata anche da esperienze che successivamente si sono avute anche in Italia. Negli Stati Uniti, circa 71milioni di persone, quindi più dell’intera popolazione dell’Italia, vivono in comunità volontarie che sono regolate da un sistema di contratti di diritto privato che intercorrono tra gli appartenenti alla comunità volontaria. Grossolanamente, si potrebbe dire che sono come delle specie di condomìni che, peraltro, demandano e lasciano giustamente allo Stato le funzioni che possono essere svolte, e debbono essere svolte, solo da un’autorità terza che sia di garanzia a tutti. Sono sia funzioni di certificazione pubblica, anagrafica e non anagrafica, sia funzioni che, in difetto, potrebbero creare problemi come la sicurezza nazionale. Le funzioni più vicine alle persone vengono invece svolte da altre persone delle stesse comunità, che vengono agevolate sul piano fiscale, non pagano certe imposte, soprattutto le imposte di carattere locale, e provvedono alle incombenze che riguardano il territorio direttamente interessato dalla comunità. Un esempio è quello di come viene amministrata, a New York, Union Square.

Come sappiamo, Union Square è la piazza maggiore di Manhattan, una piazza storica perché tutte le mattine vi si svolge l’alzabandiera, negli Stati Uniti, non essendo stato rovinato dall’uso demagogico che ne ha fatto il fascismo, il senso di patria c’è ancora. A Union Square tutto è amministrato dai residenti negli immobili che fronteggiano la piazza stessa: sono loro che provvedono alla manutenzione del verde e delle strade, ad esempio. Ho parlato con un italoamericano e costui mi raccontava che paga ora metà delle imposte che pagava prima. Da parte sua, la comunità (diciamo pubblica) che non è più tenuta a fare i lavori che fanno i cittadini, spende la metà di quanto spendeva prima. È una formula vincente, che conviene tanto ai contribuenti di tutta la comunità di Manhattan, che ai residenti di Union Square, perché pagano entrambi meno tasse.

Il tema delle comunità volontarie potrebbe ripresentarsi, oggi, nell’urgenza delle catastrofi. Spesso le comunità, dopo un terremoto, sono ingabbiate da meccanismi burocratici…
Corrado Sforza Fogliani
: Un caso emblematico in tal senso è quello del ministro delle terre liberateGiovanni Raineri

Giovanni Raineri, fondatore di consorzi, di Federconsorzi, imprenditore ma anche grande cooperatore….
Corrado Sforza Fogliani: Proprio lui, che fu Ministro per la ricostruzione delle terre liberate dagli austriaci e che, nella sua provincia di Piacenza, aveva fondato i primi consorzi agrari, la cattedra ambulante, la Federconsorzi. Terre liberate con la guerra. Terre devastate dalla guerra. Terre che Raineri, con l’appoggio di Giolitti, recuperò grazie al modello delle cooperative. Non a caso, Raineri fu presidente della Banca popolare piacentina, banca cooperativa progenitrice della Banca di Piacenza, della quale presiedo oggi il comitato esecutivo. Raineri, proprio per il suo spirito di cooperatore, aveva inventato questa formula: dava finanziamenti alle cooperative costituite dai danneggiati dalla guerra che dovevano ricostruire la propria casa. In questo modo, ha provveduto alla ricostruzione di tutto il Veneto in tempi celeri e con spese relativamente modeste. Ha provveduto prima e meglio della Francia che, fino a prima dell’operato del suo ministero, era indicata come il modello da seguire in tema di ricostruzione. Naturalmente, nella sua attività, Raineri si è trovato contro tutti quelli che erano tagliati fuori da questo sistema di finanziamento diretto dallo stato ai danneggiati. Si è trovato contro la classe politica, i Comuni, gli appaltatori di lavori pubblici e tutti coloro che intervenivano nella loro intermediazione del denaro pubblico. Ma col modello-Raineri si è ricostruito prima e meglio e, soprattutto, non vi è stato nemmeno un fatto di corruzione. Quando, in occasione del terremoto dell’Umbria, ho suggerito di riprendere l’esempio di Raineri e fare della cooperazione con i danneggiati, nessuno ha seguito il consiglio. Ma la via retta di Raineri avrebbe fatto guadagnare ben poco i soliti noti. Fatto sta che le prime “casette d’emergenza”, così le chiamano, sono state consegnate sette mesi dopo il terremoto.

Certe comunità e certi inizi di comunità volontaria ci sono anche in Italia?
Corrado Sforza Fogliani
: Qualcosa si muove, soprattutto in provincia di Lucca. Sono forme embrionali nelle quali le comunità volontarie sono amministrate grazie a una norma che è stata introdotta dalla Confedilizia, che allora presiedevo. Oggi, grazie a quella norma, i Comuni hanno la possibilità di delegare a comitati civici e, organizzazioni di residenti determinati compiti in cambio di agevolazioni fiscali. I Comuni che vogliono farlo, possono farlo. Purtroppo, anche qui la politica ci mette le mani. E dove la politica vuole mettere le mani sul denaro pubblico, anche solo, nel migliore dei casi, per avere un riscontro elettorale, la politica si mostra contraria alle comunità volontarie perché non si crea quella intermediazione sulla quale, almeno in Italia, molta politica vive.

Competenza e competizione: un binomio inscindibile

Potremmo dire che, oggi, dinanzi alla competizione senza competenze, servirebbe una collaborazione competitiva…
Pierangelo Dacrema
: Il comunismo ha sempre avuto la risposta sbagliata alla domanda giusta. La risposta giusta non è concentrare il potere nelle mani di pochi, ma diffonderlo nella maniera più ampia possibile. Sforza Fogliani parlava di cooperazione: è un grande concetto, una grande pratica che ha dato grandi risultati. Ma negli ultimi decenni il mondo usa, e ne abusa spesso, il concetto di competizione. Anche l’impresa è un luogo di cooperazione. L’impresa è il luogo dove 1+1 può fare 100. L’impresa è il luogo dove il singolo può fare ciò che, tecnicamente e fisicamente, da solo non può fare. La cooperazione sta alla base di qualunque economia sana, anche se è un fatto tendenzialmente accantonato da parte della cultura economica. La competizione esasperata fa si che il più grosso fagociti il più piccolo. È quel che vediamo nell’impresa bancaria. La logica della cooperazione conduce, invece, a risultati più edificanti.

E qui torniamo al tema delle comunità volontarie che lambiscono il tema dei commons o, comunque, la loro amministrazione…
Corrado Sforza Fogliani
: Le comunità volontarie sono, credo, una soluzione buona, logica, che interessa ai cittadini e fa risparmiare lo stato. Ma oltre alla convenienza, sono anche una necessità perché lo stato, così come è nato nel Cinquecento, cioè lo stato caratterizzato dalla plenitudo potestatis, non sta più in piedi. Lo vediamo tutti i giorni, con un iperfiscalismo che, quando va bene, succhia il 60% del reddito e per i compiti ai quali non riesce ad adempiere. È un giro a vuoto, ma con un continuo impoverimento delle categorie e delle persone. Io sono convinto che sia inevitabile che si esca da questa forma di statualità nata nel Cinquecento. Prima della nascita dello stato moderno esistevano società senza statualità, ma prospere. Pensiamo al Medioevo, che gode di una cattiva stampa, indotta da interessati a sopperire in altro modo a quello che nel Medioevo avveniva. Il Medioevo era caratterizzato da quella forma di rappresentanza verso la quale andremo inevitabilmente: il pluralismo degli ordinamento giuridici. Chi vivrà, vedrà vieppiù barlumi di questo pluralismo, che era la caratteristica essenziale della società medievale, nella quale le corporazioni oltre al sostentamento del proprio “corpo” avevano autonomia nel proprio campo. C’era una grande vitalità, che ha sopperito a bisogni essenziali in forma migliore rispetto a quanto faceva e indubbiamente meglio di quanto non stia oggi facendo la forma statuale.

Queste corporazioni ci riportano al discorso fatto dal professor Dacrema. Questi aggregati erano al tempo stesso cooperazione ma, essendo inseriti in un contesto di pluralismo giuridico, erano anche in competizione. In sostanza, la forma cooperativa è tutt’altro che in contraddizione con la competizione, anzi esalta la competizione nel modo migliore. Così avviene per le banche popolari, che un tempo erano ben più diffuse di oggi. Ricordiamo che le banche popolari hanno subito un primo attacco da parte del fascismo, che era riuscito a ridurle da 200 che erano all’inizio del Novecento a una novantina. Il fascismo le vedeva di cattivo occhio perché non hanno mai avuto rappresentanze di nomina politica nei propri consigli. I consigli delle banche popolari sono composti da eletti dai soci. Il fascismo voleva eliminarle perché, anche nel periodo dello stato unitario, le banche popolari rappresentavano il liberalismo democratico, rispetto a quella che si chiamava “la consorteria”, e sono nate per dare credito alle categorie dei piccoli industriali, commercianti e artigiani che, precedentemente, non ne avevano. Nate per servire il territorio, le banche popolari devono servire il territorio, per questo devono essere libere.

Libere e responsabili…
Pierangelo Dacrema
: La proprietà, ribadiamolo, è responsabiltà. Questo è un tema cruciale per l’uomo. La società è fatta da individui, è fatta di singoli e se troppi singoli stanno male, anche la società sta male. La responsabilità la si assume nel modo più forte e più pieno quanto è una responsabilità individuale. Condivido le parole di Sforza Fogliani sulla sfiducia che ormai merita il concetto e la pratica dello Stato. Abbiamo forza, desideri, siamo capaci di gesti e azioni. Ci serve coraggio e unità d’intenti.

Fonte: Marco Dotti, “Credere nell’uomo o credere nel denaro?”, Vita magazine, 30 marzo 2017