La città e la vita. Intervista con Marc Augé

Il mondo è diventato una grande città. Al tempo stesso, ogni città rappresenta un mondo. Con le sue periferie che ne interrogano il centro, i suoi spazi vuoti e i suoi luoghi ancora densi di relazione e di vita. Questo perché, a dispetto del fatto che centro e periferia siano considerati concetti mobili al pari di quello di frontiera, possono dire ancora molto dell’attuale riconfigurazione dell’urbano.

Le città rappresentano infatti l’ambito in cui si giocano passato, futuro e presente della convivenza umana. L’urbanizzazione, nelle sue forme attuali, spiega Marc Augé «comporta in effetti la moltiplicazione dei punti ciechi o, se si vuole, acceca lo sguardo degli abitanti delle città. Viviamo in un mondo di immagini, dove è l’immagine a sancire e promuovere la realtà del reale. La coesistenza del mondo-città e della città-mondo ha come primo effetto quello di confondere le immagini, se non altro perché, dove i due si incontrano, si creano zone di vuoto, indefinibili, zone postindustriali, terreni in abbandono provvisoriamente lasciati alla solitudine o alla colonizzazione degli squatters, ma che talvolta si trovano vicino alle strutture che mondializzano la città: autostrade, ferrovie, aeroporti». È proprio questa prossimità del vicino con il lontano, del globale con il locale a fare oggi problema.

Già directeur d’études all’École des hautes études di Parigi, Marc Augé è nato a Poitiers nel 1935 è tra i pensatori più significativi dell’antropologia contemporanea ed è quello che più ha contribuito a . Alla città e ai suoi luoghi ha dedicato molti studi, dal celebre Nonluoghi (Elèuthera, 1996) dove definisce il concetto di surmodernità, intesa come modernità in eccesso (il prefisso “sur” traduce l’inglese “over”), e il suo impatto sui non-lieux (aeroporti, centri commerciali, sale d’attesa: spazi dove non è più possibile leggere le tracce del legame sociale) così tipici del nostro tempo, al recente Un etnologo al Bistrot (Raffaello Cortina Editore, Milano 2015).

Centro senza centro

In Per un’antropologia della mobilità (Jaca Book, Milano 2015), lei evidenzia il fatto che i movimenti di popolazioni uniti all’avvento dell’istantaneità nella comunicazione contribuiscono a sviluppare tanto una forma di mobilità “surmoderna”, quanto una nuova urbanizzazione. Qual è la centralità della città in questo contesto?
La nuova urbanizzazione segna il trionfo dell’urbano sulla città. L’urbano « surmoderno » non è più la città nel senso primario del termine, ma un’estensione dello spazio urbano cne tende a far sparire proprio questa centralità primaria.

La città diventa così la metafora della rappresentazione spaziale diffusa della globalizzazione?
La grande città resta un luogo, se consideriamo che vi si trovano riunite in maniera leggibile le diverse classi della società. Per vederla come una metafora del nostro tempo, quel tempo che ho proposto di chiamare surmodernità, dobbiamo però tener conto di tutti gli spazi che la legano direttamente al mondo: spazi di circolazione (vie veloci, stradali o ferroviarie, aeroporti e vie aeree) e spazi della comunicazione (spazi virtuali della comunicazione, internet, televisione, telefoni portatili che si trasformano in equipaggiamenti complessi individualizzati). Le città più importanti non possono oggi essere analizzate senza prendere in considerazione tutte le strutture che le uniscono e le collegano alla rete mondiale di comunicazione e di circolazione.Parlerei di città-mondo e di mondo-città. La città-mondo è la metropoli dove troviamo tutta la diversità del mondo. Il momdo-città è l’insieme del globo che di urbanizza ma, ancora di più, direi che è la sua immagine. La sua immagine per come è rappresentata un po’ dappertutto: mondo di facile e armoniosa circolazione, aerei in volo e artisti di ogni sorta che lo percorrono in lungo e in largo come se il mondo fosse il loro giardino. Se la città rimane un luogo, l’immagine gloriosa del mondo-città è il suo contesto. In termini generali, potremmo dire che il nonluogo è diventato il contesto di ogni luogo possibile.

Frontiere, muri, periferie

La frontiera è al centro della nostra attività simbolica, ci permette di dare senso al mondo. Su una frontiera attendiamo l’altro. L’altro – come indica l’etimologia latina – ci sta di fronte. Eppure, nel contesto che lei evocava le frontiere vengono cancellate e sostituite da concretissimi muri… Tra centro e periferia le frontiere sono diventate porose, gli spazi si compenetrano…
La funzione simbolica della frontiera è definita dal passaggio. Passaggio da un luogo a un altro, da una lingua all’altra, da un gruppo all’altro e, all’interno di un gruppo, da un individuo a un altro individuo. La nozione di frontiera gode oggi di pessima reputazione sia perché si dissolve nell’illusione di un mondo senza frontiere, unito dalla comunicazione, sia perché si irrigidisce nella menzogna del rispetto delle differenze culturali, menzogna che tende a far saltare il rispetto delle differenze individuali. Infine, si guarda con sospetto al concetto di frontiera perché al contempo sta avanzando il proselitismo terrorista, ultimo avatar dell’illusione monoteista. Proprio per questo credo sia urgente ripensare la nozione di frontiera in un’epoca che vorrebbe disfarsene. La nostra epoca non vuole saperne di frotinere,  proprio perché pensa di ricostruire muri. E i muri chiudono il nostro sguardo verso l’altro, mentre la frontiera indica la presenza – possibile, imminente – dell’altro.

Oggi, in Italia, si dibatte molto sul rapporto fra centro e periferie. Crede abbia ancora senso tale questione?
Se una questione del genere ha ancora un senso, è proprio in Italia che quel senso lo trova. In Italia c’è il fatto della presenza di città che, anche se oggi sono considerate piccole o minori, hanno avuto un ruolo storico importante. Ogni giorno le piazze centrali delle città italiane, che restano un luogo pubblico (maggioritariamente maschile), diventano spazio attrattivo per turisti stranieri. C’è da sperare che il decentramento in corso si condurrà con questa logica.  È pur vero che ogni giorno, a Parigi come a Firenze, si svolgono iniziative culturali in zone che qualifichiamo come periferiche. Ed è bello che un architetto come Renzo Piano impieghi il proprio talento per disfare una distinzione che non ha più ragione di esistere. Questa distinzione finché permane deve indurci a riflettere su una complessità, non irrigidirla.

Usciamo dallo specifico italiano. Tra i fenomeni di pauperizzazione, ghettizzazione e segregazione che toccano molte città europee qual è a suo avviso l’evoluzione delle frontiere tra centro e periferie e tra periferia e periferia
Se prendo come riferimento la Francia e, in particolare, Parigi direi che il termine ghettizzazione è abusivo e ls segregazione non può essere letta come se opponessimo un centro geografico alle sue periferie. Attorno a Parigi ci sono banlieues “chic”. A Saint Denis, capoluogo del 93, a fianco della Basilica e dello stade de France, coesistono quartieri borghesi e zone dove si concentrano popolazioni povere di origine immigrata. In certi arrondissements del nord di Parigi, tra le mura cittadine, in maggioranza vivono popolazioni di immigrati… ma anche borghesi (i cosiddetti “bobos”) che apprezzano proprio la vitalità di quei quartieri. Centro e periferia non sono, geograficamente parlando, nozioni significative. Il binomio città-banlieues o, in linguaggio più geometrico, il binomio centro/periferia è al centro di molte descrizioni. È nelle periferie della città che si trovano i problemi della città: povertà, disoccupazione, ambiente degradato, delinquenza, violenza. L’uso delle parole non è tuttavia mai innocente ed è bene prestarvi attenzione. La parola “periferia” ha senso solo in relazione all’idea di “centro”. Noi associamo la parola alle immagini della miseria e delle difficoltà urbane, ma la mettiamo quasi sempre al plurale (le “periferie urbane”), quasi a rendere conto del fatto che in questo modo si designa tutto il tessuto urbano, come se, per dirla al contrario di Pascal, la circonferenza fosse ovunque e il centro da nessuna parte. Le periferie sono zone intorno alla città in opposizione o in reciproca rivalità, a distanza le une dalle altre, tanto lontane tra di loro quanto dall’immaginario centro della città, in rapporto al quale vengono definite “periferiche”. In questi casi il vocabolario è importante. Il boulevard periferico, a Parigi, riveste un po’ il ruolo delle antiche mura. Si delimita così un centro che purtuttavia rimane imprecisabile poiché a sua volta plurale. Le periferie, al plurale, fanno quindi riferimento a un centro immaginario, assente e forse fantasmaticamente desiderato.

Questa molteplicità di linee di vita che attraversano lo spazio urbano va a sovrapporsi alla crisi di identità della classe media, che vede trasformare gli spazi urbani della propria autorappresentazione...
Ecco una questione aperta, che i recenti avvenimenti complicano ancora di più. È una questione che presenta un aspetto economico rilevante: in un mondo dove coesistono i mega ricchi e i poveri, la classe media può essere presa dal timore di cadere nella seconda categoria.

Ci troviamo condannati a vivere in nonluoghi iperconnessi simulando che si tratti di luoghi densi di relazioni o lo spazio quotidiano delle città è ancora attraversato da relazioni concrete?
Il quotidiano della grande città (Parigi, Torino, Berlino) mi obbliga a dire che di relazioni ne esistono ancora. Relazioni reali, in certi spazi concreti come i caffé, i ristoranti o nelle relazioni di vicinato. L’informatica definisce spazi virtuali che ho proposto di classificare come “nonluoghi”. La comunicazione, ribadiamolo, non è la relazione. Lo spazio virtuale invade il nostro quotidiano, quello più intimo. Direi che oggi il nonluogo è il contesto di ogni luogo. L’identità si nutre di alterità. È il nucleo duro dell’esistenza umana

La città si trasforma per assicurarne la circolazione e per offrire un’immagine accogliente e prestigiosa di sé, un’immagine essenzialmente concepita per l’esterno, per attirare capitali, investimenti e turisti. Da un altro punto di vista, geograficamente, la città si estende e si disloca. I «centri storici», studiati per sedurre i visitatori venuti da lontano e i telespettatori, non sono più abitati che da una élite internazionale. I sobborghi si infittiscono, compaio città satelliti. A volte, come a Brasilia, la suddivisione è straordinaria: si può distinguere la città iniziale, dove si trovano gli uffici e vivono le classi superiori, le città satelliti, dove risiedono le classi medie, e la zona intermedia, la zona delle bidonvilles e degli insediamenti precari progressivamente occupata dalle classi povere. L’urbanizzazione esprime dunque tutte le contraddizioni del sistema della globalizzazione, il cui ideale di circolazione di beni, idee, messaggi ed esseri umani, come sappiamo, è sottomesso alla realtà dei rapporti di forza che si esprimono nel mondo

I soggetti migranti pongono una sfida alla città. Pensiamo a Baobab, un centro di accoglienza autogestito che, nel centro di Roma, ha trasformato uno spazio abbandonato in un luogo denso di relazioni…
Noi trascorriamo il nostro tempo nel tentativo costante di “fare luogo. Fare luogo: ovvero creare relazioni per cercare di fuggire dall’isolamento. Ritorno alla definizione iniziale di luogo inteso come spazio sul quale possiamo leggere le relazioni sociali nel loro ambiente storico e simbolico. Nessuno mette in dubbio che certi campi di rifugiati o di esiliato possano molto rapidamente rispondere a questa definizione. Definizione che, ovviamente, nulla ha a che vedere con quella di felicità. Ma ciò che colpisce e sconvolge i residenti è il fatto che i migranti abbiano avuto l’audacia di lasciare il loro luogo quando non erano stati cacciati. I migranti, in questo senso, sono i veri eroi del tempo presente.