Macron ha davvero cambiato idea sui migranti?

Hanno destato un certo clamore, in Italia, le parole di Emmanuel Macron. Alla vigilia del vertice di Berlino, preliminare al G20, il Presidente francese aveva sorpreso gli entusiasti dell’ultima ora con un lapidario: «l’80% di chi arriva in Italia lo fa per ragioni economiche». Era il 28 giugno, nemmeno una settimana fa.
Tutto si potrà imputare al neo Presidente, ma non di aver espresso a più riprese la propria posizione.
È vero che – la critica gli era stata mossa in campagna elettorale – nel programma su carta di En Marche!, il movimento che ha sbaragliato i partiti storici e trasformato una vittoria personale nella coda lunga di un vero cambio di sistema, la parola “immigration” non compare. Compare, invece, sul sito web del movimento, segno di una precisa strategia.

Ancora nel maggio scorso, in un’intervista pubblicata dal settimanale protestante ReformeMacron osservava che la sfida dell’integrazione richiede complessità e realismo. L’accompagnamento alla frontiera – spiegava Macron – resta la questione aperta: come coniugare «umanità e efficacia»? Macron affermava: «non credo alla politica delle quote, perché non sappiamo farla rispettare», mentre oggi «regna l’ipocrisia (…) e la verità è che non abbiamo alcun accordo con i Paesi terzi per questo accompagnamento alla frontiera».

Macron sembra collocarsi nel solco di un realismo politico temperato, ma pur sempre attento ai dati e ai fatti. Piaccia o no. Per Macron le migrazioni sono un fatto geopolitico totale, impossibile fermarle. Ma va data forma alla sfida dell’integrazione.

Già il 20 ottobre 2016, d’altronde l’allora ex Ministro dell’economia e futuro Presidente Emmanuel Macron, in un dibattito a Bruxelles con il Commissario europeo alla concorrenza, Margrethe Vestager e quello alla scienza Carlos Moedas affermava: «bisogna distinguere i rifugiati nei confronti dei quali abbiamo un dovere morale e politico all’accoglienza – e anche questo dovrebbe essere oggetto di dibattito – dai migranti economici».

Si può opinare sulla distinzione, ma Macron non ha certo torto quando afferma che gli slogan non bastano per affrontare un fenomeno complesso. Un dibattito va aperto. Forse le sue parole andrebbero lette così: il dito nella piaga di un problema che non si risolve a colpi di slogan, né voltandosi dall’altra parte. Tanto meno chiedendo “più Europa”, senza mai domandarsi “quale Europa” vogliamo, in quale Europa speriamo. Se ci crediamo e ci speriamo ancora, beninteso.