Il Mediterraneismo e la tribalizzazione dell’Europa

Se l’esotismo è uno sguardo distorto sull’altro lontano, c’è un fenomeno che distorce l’immagine di ciò che ci sta vicino: è il “mediterraneismo”, nella sua doppia variante del piagnisteo e dell’idealizzazione.

Ne parliamo con Francescomaria Tedesco, filosofo del diritto e della politica, insegna all’Università degli studi di Camerino, dopo essere stato assegnista presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Tra i suoi libri: Introduzione a Hayek (Laterza, Roma-Bari 2004), Diritti umani e relativismo (Laterza, Roma-Bari 2009), Eccedenza sovrana (Mimesis, Milano 2012), Modelli europei di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo (Aracne, Roma 2016), Mediterraneismo. Il pensiero antimeridiano (Meltemi 2017).

Professor Tedesco, partiamo dal suo ultimo libro: Mediterraneismo (Meltemi, 2017).“Mediterraneismo” (Mediterraneanismè un concetto coniato dall’antropologo Michael Herzfeld, di che cosa si tratta?
Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in particolare nell’accademia britannica, e ancora più nello specifico a Oxford, l’antropologia decide di chiudere quello che Clyde Kluckhohn aveva chiamato “il giro più lungo”. Kluckhohn aveva sostenuto che bisognava passare attraverso l’altro, attraverso la diversità degli altri, per comprendere meglio e più a fondo chi siamo noi. Ora, il giro più lungo era stato fatto, l’antropologia aveva studiato l’altro, spesso peraltro contribuendo alla costruzione della sua alterità radicale, ovvero alla creazione di un “altro” diverso, irreconciliabile con il “noi”. L’altro e l’esotico furono anche un prodotto delle scienze umane e sociali. A un certo punto dunque si cominciò a ritenere di dover chiudere il giro, tornare a casa.

Ciò peraltro avvenne non soltanto per ragioni strettamente scientifiche, ma anche per motivi estrinseci: la decolonizzazione, per esempio, rese più complicato studiare l’esotico; inoltre il taglio di fondi, soprattutto negli anni Settanta, rese più facile studiare l’Europa che, per dire, la Guinea. Basti pensare che nel 1973 fu pubblicato un numero di studi sull’Europa pari a quello dell’intero decennio precedente. Ma come si tornò a casa? Perlopiù, si finì per esotizzare e alterizzare anche in Europa. In sostanza, si ripeté ciò che era stato fatto con l’altro lontano: si tribalizzò l’Europa.

Un processo di andata e ritorno, quasi una nemesi che rovesca lo stigma sui suoi “produttori”…
Insomma, gli antropologi, che avevano reso l’altro L’Altro, fecero la stessa cosa sul suolo europeo. Quando Herzfeld, in quel magnifico libro che è Anthropology through the looking glass (Cambridge University Press, 1987) parla di Mediterraneanism, si riferisce proprio a questo movimento dell’antropologia, che applicando i propri metodi e le proprie idee all’Europa, aveva finito per trattarla come un oggetto in parte esotico: il Mediterraneo, il Sud, erano diventati i luoghi dell’alterità, le Indias de por acà, come dicevano i Gesuiti che facevano “allenamento” di evangelizzazione proprio al Sud, quel “paradiso abitato da diavoli” che già allora risultava dunque esotizzato, alterizzato.

Herzfeld naturalmente in questa definizione riprende il classico di Edward W. SaidOrientalism, un libro importantissimo, seminale. Said non era stato tenero, peraltro, con l’antropologia: nella prima metà degli anni Ottanta (Orientalism è del 1978) aveva messo in messo in luce la funzione “orientalizzante”dell’antropologia e dell’etnologia europee, il loro contributo a una configurazione essenzialista della diversità, il loro essere originariamente fondate sull’opposizione binaria “noi-loro” e scarsamente inclini a riflettere su tali origini. Herzfeld dunque sostiene che esiste un’orientalizzazione interna all’Europa. Si può aggiungere che esistono orientalismi in one country, come nel caso italiano. Ma questa è solo un’accezione di mediterraneismo. Io ne conio un’altra, in qualche modo contrapposta, poiché a un certo punto si tenta, per tutta una serie di ragioni – in particolare per la percezione dell’impossibilità di una vera rivolta, e per lo strapotere culturale di un certo testualismo che riduce la rivolta a rivolta “di carta”– di invertire lo stigma. Così il mediterraneismo come stereotipo contro il Mediterraneo e il Sud viene trasformato in un pregio: la lentezza, l’arretratezza, diventano un mediterraneismo di secondo grado, in cui gli stigmi vengono capovolti a farli diventare dei pregi: il Sud e il Mediterraneo, nel loro “rifiuto dello sviluppo”, diventano dei baluardi contro il dilagare dell’egemonia del capitalismo oceanico statunitense. Naturalmente ho cercato di decostruire sia il mediterraneismo del primo tipo che del secondo.

Mediterraneismo

C’è dunque una sorta di endo-esotismo, un “Orientalismo a casa nostra” sugli sguardi che l’Europa continentale proietta su quella peninsulare?
Sì, c’è questo esotismo a “casa nostra”. Non solo, come dicevo, dell’Europa sui paesi del Sud o dell’altra sponda, ma anche all’interno dei paesi stessi. Quello che stupisce è che lo stereotipo vive e si fortifica, e non accenna a scemare. Dovunque si sente ancora una retorica anti-meridionale, o anti-mediterranea. Che si tratti dell’Europa (e dell’Occidente) o che si tratti del Nord verso il Sud all’interno dei paesi europei. Sicuramente si ricorderà l’uscita di qualche tempo fa del ministro delle Finanze olandese e presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che accusò in una intervista i Paesi Ue del Sud di spendere “tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuti”. Quanto all’alterizzazione interna, lo stereotipo antimeridionale è tuttora fortissimo, anzi si fortifica, tornando ai livelli di quando gli emigranti italiani dal Sud si spostavano verso Torino o verso la Germania e la gente non gli voleva affittare casa. Il Sud e il Mediterraneo sono ancora pensati come i luoghi dell’esotico, e questo esotico è ambivalente: attraente e pauroso.

Nel libro racconto di un settimanale svedese per adolescenti degli anni Sessanta in cui una ragazza bellissima, biondissima e altissima, Anika, viene insidiata e attratta dal maschio mediterraneo, il “bello e inaffidabile”Alfredo, un tizio moro coi baffi (ovviamente), fino a che non appare l’altrettanto nordico Claes, che “salva” Anika dalle grinfie del seduttore “orientale”. Non è necessario dire come queste costruzioni assomigliassero ai luoghi comuni dell’orientalismo classico, nel quale il maschio era o effeminato o pericoloso seduttore. Il Mediterraneo e il Sud erano i luoghi della vacanza esotica, i posti dove trovare un’alterità radicale senza andare troppo lontano, i luoghi dove ci si poteva lasciar andare, perché in qualche misura “extra-territoriali”.

L’industria del turismo li dipingeva come i luoghi delle “cinque S”: sandspiritssexsunsea. Luoghi in cui le regole morali del freddo Nord potevano considerarsi sospese. Anche Hollywood si è prestata a questa alterizzazione: come ricordava la sociologa marocchina Fatema Mernissi, il cinema d’oltreoceano rappresentava il Mediterraneo attraverso dei film t&stits & sand, “tette e sabbia”. Naturalmente, come dicevo, questi stereotipi si sono rovesciati, sono diventati “positivi”: dunque il cinema, la letteratura, le arti in genere giocano oggi con l’immagine di un Mediterraneo esotico, orientale, separato dal Nord e dall’Europa, e lo fanno però dando a questa separatezza un segno assiologico positivo. Si tratta di una forma di auto-orientalizzazione.

Crede che questo “sguardo esotizzante” si sia in qualche modo riflesso nella lettura che abbiamo dato delle cosiddette Primavere Arabe?
Di certo è così. Le rivolte arabe sono state lette alla luce di una visione orientalistica sin dal nome. Chiamarle ‘Primavere’ significa iscriverle nella storia delle vicende europee, ovvero implica che ogni storia non possa essere tale se non dentro la Storia dell’Occidente, letta cioè attraverso i parametri della storia occidentale. Le rivolte arabe così sembra siano venute fuori dal nulla, e quando sono “fiorite”, esse dovevano necessariamente richiamare la primavera delle nazioni nell’Ottocento, o la Primavera di Praga.

L’altra sponda del Mediterraneo così è stata considerata come priva di autonomia politica, come se dentro la Storia la cittadinanza fosse concessa agli eventi solo quando essi si fossero qualificati come dentro un continuum rispetto all’Occidente. Secondo le letture mediterraneiste le Primavere arabe servivano per far uscire quei popoli dal “Medioevo”. Con l’individuazione, peraltro, di alcune “spie’”della modernizzazione del tutto discutibili: si pensi alla laicità, strombazzata come acquisizione delle rivolte, quando invece erano i regimi filo-occidentali a essere i più laici; oppure l’uso delle tecnologie e dei device tipici dei giovani occidentali, come se usare un iPhone per riprendere le rivolte fosse di per sé indice di modernizzazione. Per la pubblicistica occidentale occorreva che le società arabe e islamiche facessero finalmente il loro ingresso nella Storia passando attraverso le fasi dello sviluppo occidentale. Dunque per esempio elaborando la loro specialissima forma di agorà. Non uno spazio pubblico autonomo, ma uno spazio pubblico che ricalcasse gli stilemi occidentali. Naturalmente l’altra faccia della medaglia era il ritorno al Medioevo, l’Isis…

Daesh o Isis che dir si voglia. Cambia il lato della medaglia, ma la medaglia resta la stessa…
Intanto quanto a ‘modernità tecnologica’ mi pare l’Isis abbia dimostrato di non essere seconda a nessuno. Il punto è l’uso di queste categorie politiche più che storiche, almeno nell’accezione datane da certi studiosi e da certa stampa. In fondo l’Isis è un coacervo complesso di ‘moderno’ e “premoderno”: uno Stato nazional-musulmano e internazionalista, come ha detto l’antropologo Jean-Loup Amselle. Il punto, anche qui, è lo sguardo occidentale. Isis è stato interpretato come una sorta di prodotto di una hegeliana “determinazione riflessiva”, come ha scritto Slavoj Žižek a proposito di altri terrorismi. In altri termini, l’idea sottesa è che l’‘Oriente’ non possa produrre da se stesso non soltanto il proprio bene, e che necessiti di essere aiutato su questo punto; ma non sia in grado neanche di produrre autonomamente il male. L’Isis sarebbe dunque un prodotto dell’Occidente. È paradossale, ma in questo è enucleato tutto il ventriloquio dell’Occidente sull’altro, tutta la potenza della forclusione dell’alterità. In fondo, è il pensiero che innerva questi ragionamenti, l’altro non può parlare, né si può rappresentare, deve essere rappresentato. È uno dei temi che mi sta più a cuore, questo, e al quale da anni sto dedicando una parte delle mie ricerche. A partire per esempio dallo studio della violenza epistemica, quella sorta di violenza ‘dolce’ che colpisce le strutture cognitive e fa sì che i dominanti condividano coi dominati gli stessi codici semantici, che guardino la realtà con quelle stesse lenti costruite per loro dai dominanti. Ma questa violenza ‘dolce’ rischia di spiegare troppo, per l’appunto: rischia di ventriloquare l’altro, di togliergli la parola, sia come produttore di ‘bene’ che come produttore di ‘male’.

In un certo senso, nella lettura che lei fornisce della sindrome-mediterraneista il grande assente è l’Altro. Assente eppure iper-presente, moltiplicato, categorizzato, creato, ipersaturato: l’alterità è sempre concepita – pensiamo a certo umanesimo delle Ong – come qualcosa di intangibile e non concreto. Abbiamo fatto passi indietro da giganti, rispetto alle analisi di Frantz Fanon, checché se ne pensi di Fanon…Certo: l’altro si costruisce silenziandolo. L’altro non può parlare. Gli intellettuali occidentali, nella loro protervia paternalistica, hanno pensato di rappresentarli, di parlare per loro. Questo ha riguardato, ahimè, anche una gran parte di quella cultura ‘progressista’. Durante un loro dialogo su ciò che vogliono le masse, Deleuze e Foucault dipingevano i “subalterni” – parola-chiave della mia ricerca, che ricorre da più di un decennio, a partire dagli studi sulla violenza epistemica usciti nel Dizionario dei diritti umani (UTET) e poi nel libro Diritti umani e relativismo (Laterza 2009) – come capaci di sapere immediatamente, cioè senza mediazione, ciò che vogliono. Ma come ha scritto la studiosa bengalese Gayatri Spivak, in realtà questi intellettuali parlavano di se stessi in filigrana. Sovrapponevano cioè l’idea di rappresentazione estetica all’idea di rappresentanza politica. Tutto il mio lavoro degli ultimi anni ha a che fare con l’idea che occorra riuscire ad ascoltare la “voce dei subalterni” senza parlare al posto loro, per quanto scomodo e sgradevole a volte possa essere il risultato. Ovvero: anche quando consentiamo all’altro di parlare e lo ascoltiamo, ci aspettiamo che dica cosa che condividiamo, nelle quali ci rispecchiamo. Occorre fuggire da questo paradigma. È successo anche con il Mediterraneo e con il Meridione d’Italia. Cos’altro sono le interpretazioni occidentali delle rivolte arabe se non sovrapposizioni? In Mediterraneismo analizzo anche le ragioni filosofico-politiche di questo ventriloquio, per esempio con riferimento a uno dei momenti più rivoluzionari (e più dimenticati) della storia d’Italia nel Novecento, le lotte contadine per la terra a cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo scorso. Lì tutti i partiti che oggi si direbbero “progressisti”pensarono che i contadini fossero solo dei millenaristi, senza coscienza politica. E questo perché il soggetto politico per eccellenza era il proletariato.

A dispetto delle letture più o meno fuorvianti, il Mediterraneo cos’è? Il Mediterraneo è tornato al centro se non degli scenari geopolitici (dove è sempre stato), in quelli di conflitto: come ripensarlo (se c’è, una necessità di ripensarlo come paradigma)?
La categoria di “Mediterraneo” ai miei occhi vuol dire molto poco. Il Mediterraneo è stato braudealiano, in effetti, ma anche il Mediterraneo dei fascismi nel Novecento. L’antropologia ha fatto i conti criticamente, ma non fino in fondo, con la generalizzazione che vorrebbe un Mediterraneo come mare sulle cui sponde si è costruita nei secoli una civiltà comune attorno ad alcuni valori. Ricordo in particolare che i valori che un certo mediterraneismo aveva individuato come comuni erano la vergogna e l’onore, per esempio. Che oggi il Mediterraneo sia uno spazio con delle continuità, pur essendo un dato innegabile, dice davvero poco di questo spazio così eterogeneo. Basti pensare al caso che faccio nel libro con riferimento a Israele, che scopre la propria natura mediterranea. Non si tratta, lì, di un mediterraneismo dell’arretratezza, ma di quel mediterraneismo di secondo livello di cui parlo come seconda fase del fenomeno: il Mediterraneo come luogo di resistenza all’omologazione capitalistica e oceanica. Come per l’unita nella differenza (“Unita nella diversità” e poi “Uniti nella diversità” e per l’appunto il motto dell’Unione Europea), anche il pluriverso mediterraneo trascende le differenze epifenomeniche in una più alta unitarietà, nell’ottica del mediterraneismo. Il mediterraneismo rovescia l’idea di un trascendimento europeo delle differenze per arrivare a un’unita di grado superiore, e la applica al Mediterraneo, che in questo modo diventa lo specchio di quella perfezione europea data dall’unita nella diversità.

In qualche modo sembra una critica implicita a un leitmotiv che, negli ultimi decenni, ha riscosso grande successo diventando, forse persino a dispetto delle intenzioni di chi l’ha veicolato, quasi un paradigma per le discussioni su arretratezza e (possibile) sviluppo del Sud: il cosiddetto “pensiero meridiano”. Perché questa necessità decostruttiva e al contempo costruttiva evidenziata fin dal sottotitolo («Il pensiero antimeridiano»)?
Dietro l’apparente utilità di un pensiero meridiano che, in quanto mediterraneismo del secondo tipo, rovesci lo stereotipo e lo trasformi in elemento positivo, si nasconde il limite di ogni auto-etnografia di questo genere. In altri termini, continuare a pasticciare con lo stereotipo non lo smonta, ma lo rafforza. Le faccio il caso di ciò che sempre Spivak chiama “essenzialismo strategico”: assumere apparentemente lo stereotipo per poterlo poi scavare dall’interno, scavargli il terreno sotto i piedi fingendo di condividerne la visione. Ecco, questo modello è stato dismesso dalla stessa autrice poiché foriero per l’appunto di un rafforzamento, e non di un indebolimento di ciò ce si intende combattere. Giocare con l’arretratezza rovesciandola è solo un modo per perpetuarla. Intanto non si può fare un discorso generale sul Meridione e sul Sud; né se ne può parlare come un’area omogenea, come si diceva prima. In fondo abdicare alla funzione de costruttiva cercando di rovesciare lo stigma è anche il segno della sconfitta politica e teorica di una generazione. A mio avviso quella generazione ha introiettato la sconfitta, ha sussunto l’impossibilità del cambiamento. E se non si può cambiare, allora meglio imbellettare il presente che non ci soddisfa.

Lei però non si limita a un solo lato del problema. Critica sia le posizioni poeticamente accomodanti (il Sud dedito a una poetica e anticapitalistica dépense), sia quelle che retoricamente contrappongono il Mediterraneo alla dimensione Atlantico-oceanica, ergo capitalistica…
Esatto. Sono due facce della stessa medaglia. Il Sud lirico e poetico come strumento di lotta contro l’occidentalizzazione del mondo, contro la McDonaldizzazione del globo. Peccato che il Mediterraneo non abbia certo mostrato questo spirito “resistente”, che non è altro che un ennesimo tentativo di coprire la voce dell’altro. Nel libro cito il dibattito sulla letteratura del Sud. Tra le cose interessantissime che emergono da quel dibattito c’è questo, che al Sud era stato richiesto di suonare il piffero di una supposta rivoluzione di “resistenti”. Non c’è bisogno di menzionare le grottesche posizioni dei neo-borbonici, su questo piano. Si pensi, per esempio, al piffero suonato da Wu Ming, che parla della “guerriglia resistente” contro un “esercito alieno” di piemontesi. Non c’è alcuna resistenza che possa passare attraverso i festival, la “paesologia”, il primitivo, le orecchiette, la pizzica… anzi, il danno fatto da queste forme di estetizzazione è grande, e contribuisce al ritardo nella presa di coscienza delle vere soluzioni per il Sud.

C’è poi un pericolo più sottile: che una visione “mediterraneista” passi attraverso quello che un tempo si chiamava folklore, e oggi sono canzonette, cinema (Benvenuti al Sud, etc). Insomma, possiamo criticare e forse anche liberarci del Mediterraneismo intellettualistico, ma il luogo comune rischia di restare intatto, semplicemente viene rovesciato…
È il tentativo di invertire lo stigma, per l’appunto. Prima, quando parlavo di auto-etnografia, comunque, mi riferivo anche a questo: gli autori di questo modo di perpetuare quell’immagine cercando di rovesciarla in un loro speculare positivo sono spesso gli stessi meridionali. Come vede c’è uno slittamento, che segnalo, dalla questione mediterranea al Sud italiano nello specifico. Ma questo è anche perché il Sud è un paradigma della questione più ampia del mediterraneismo. Gli artisti che hanno cercato, anche in buona fede, di riscrivere il Sud, hanno rischiato di eternare lo stereotipo, invece di smontarlo. Almeno quegli artisti che per essere tali hanno pensato non ci fosse altra via se non auto-ascriversi alla riserva indiana degli scrittori, cantanti, artisti “del Sud”. Il revival della pizzica ne è un esempio. La rinascita della musica etnica è peraltro tipica di una certa polverizzazione degli Stati nazionali e della fine del mondo in Blocchi contrapposti. Questo tramonto ha consentito la riemersione delle piccole patrie, delle comunità di destino. Certo quella pax era retta dalla violenza e dalla minaccia, e in qualche misura le rivendicazioni di autonomia sono state anche momenti di libertà. Ma le comunità sono costruite, e le identità rischiano sempre di diventare gabbie d’acciaio, monumenti alla conservazione. Tornare indietro nel processo moderno di costruzione di una comunità “fittizia”, in cui non c’è fratellanza di sangue, di lingua, di etnia, ma “posticcia”(politica, di diritto) è un pericolo di cui lentamente ci stiamo avvedendo.

Francescomaria Tedesco

Francescomaria Tedesco

La questione meridionale data, a voler andar cauti, dall’Unità d’Italia, ma forse mai come in questi ultimi tempi si rianimano quelli che Giovanni Spadolini chiamava “spettri antirisorgimentali”. In sostanza, tornano movimenti secessionisti, indipendentisti… Lei come legge questo fenomeno? 
Come dicevo prima, le rivendicazioni neoborboniche sono francamente prive di fondamento storico. Certo la storia, le storie tutte sono storie di dominio, ma che vogliamo fare? Ripristinare un inesistente status quo ante? E quando mettere un termine al regresso all’infinito che ci imporrebbe un ragionamento sulla liberazione di popoli dominati? Ma al di là di questo, certo il Sud è stato “terreno di conquista”per le élite settentrionali, ma guarderei la cosa sotto un’altra luce, ovvero pensando il sottosviluppo come una funzione dello sviluppo. Sia chiaro, non si tratta di fare i relativisti assoluti e di liquidare la nozione di sviluppo – come intende fare per esempio un certo mediterraneismo dell’alternativa, ovvero quello del secondo tipo – con le solite frasette ormai fruste del tipo “chi decide cos’è lo sviluppo?” o “lo sviluppo non necessariamente è un bene”. Se penso alla rete infrastrutturale meridionale, un po’ di sviluppo non avrebbe fatto male. Ma cosa vuol dire che il sottosviluppo è una funzione dello sviluppo? Vuol dire che quando fallì l’attacco alle ingiuste strutture materiali dell’esistenza nella pur piccola esperienza delle lotte contadine, esso fallì anche perché i partiti progressisti e i loro dirigenti (con l’eccezione di Raniero Panzieri e Paolo Cinanni, per fare due nomi) avevano ritenuto che fosse più importante la tenuta del sistema. Puntarono allora a una blanda riforma agraria, ma il fallimento a cui essa di fatto approdò produsse la grande emigrazione. Senza la grande emigrazione dal Meridione, il Nord non si sarebbe mai attestato ai livelli di sviluppo a cui giunse anche grazie alla enorme riserva di manodopera meridionale. Più che parlare della Napoli-Portici e di altre amenità del genere, forse sarebbe il caso di tornare a parlare di questo, e della nuova ondata migratoria, e ancora della questione meridionale irrisolta. Guardo con orrore al fatto che negli ultimi venti anni la questione più rilevante per la politica è invece diventata la questione ‘settentrionale’. Periodicamente, la questione meridionale torna nell’agenda politica come merce elettorale: anche prima del referendum del 4 dicembre i sostenitori del Sì la agitarono, ma il 5 dicembre era di nuovo insabbiata…

Vede connessioni con il cosiddetto “populismo” di cui in Europa tanto si discute? Le ultime elezioni in Sicilia, al netto dell’astensionismo, hanno portato la Lega al Governo della Regione… 
L’autolesionismo meridionale, al di là di ogni piagnisteo vittimistico, è una costante. Ma ritengo che “populismo” sia diventata ormai una bottiglia buona per troppi liquori. Di fatto, l’espressione – che non avrebbe un connotato in sé spregiativo – è diventata una scorciatoia per liquidare gli avversari politici. Non starò qui a ricordare i tentativi di elaborare una dottrina del populismo in termini non negativi (pensiamo a Mouffe e Laclau). Rimane il fatto che vi è una tendenza generalizzata nelle democrazie contemporanee, quella di scippare lo scettro al legittimo detentore, il popolo. Il popolo diviene tout court plebe, massa irrazionale. Il doppio movimento è comprimere le risorse culturali e cognitive (la scuola, l’università, il pluralismo dell’informazione, la neutralità della rete) e poi incolpare i ceti impoveriti sul piano cognitivo, coloro a cui non è garantito l’accesso al fondamentale diritto di habeas mentem, di essere millenaristi, irrazionali, plebaglia di idioti…

Cacciari, qualche anno fa, parlava di un’Europa mediterranea che poteva assurgere a modello, se non proprio contrapporsi a quella “franco-carolingia”: che ne pensa? 
Quest’idea è risalente. Mi fa venire in mente un autore a me caro, Alexandre Kojève. Kojève, filosofo russo naturalizzato francese, fu l’artefice della riabilitazione di quel cane morto di Hegel, coi suoi seminari tenuti a Parigi e a cui parteciparono molti importanti intellettuali che sarebbero stati centrali nella cultura europea della seconda metà del secolo scorso. In uno scritto del ’45 redatto per il ministero del commercio estero e mai pubblicato per intero, Kojève sosteneva la necessità di un impero latino a guida francese ma che comprendesse anche l’Italia e la Spagna. Certo, non è la stessa cosa, tanto più che Kojève, nel teorizzare l’impero latino, aveva anche previsto la spoliazione della Germania delle risorse metallifere e dell’industria dell’acciaio, come una seconda Versailles. Ma questa parte dello scritto, di cui mi sono occupato in un saggio pubblicato qualche anno fa, non è mai stata pubblicata, pare per l’opposizione della vedova del filosofo. E certo era una parte imbarazzante. Agamben, che riprese qualche anno fa l’idea kojèviana, non conosceva la parte “oscura” del suo progetto. Peraltro Kojève era stata un’eminenza grigia nella costituzione della Comunità Europea. Per fortuna le cose sono andate diversamente, ma l’asse franco-tedesco (che Kojève forse riteneva impossibile ma che certo non era nei suoi pensieri) è rimasto centrale. Kojève peraltro aveva anche preconizzato che l’impero anglosassone inglobasse anche la Gran Bretagna, cosa che di fatto è avvenuta e che si compie con la Brexit. Direi che più che discutere della guida europea, sarebbe stato il caso di pensare l’Europa come uno spazio federale di democrazia. Mi pare che oggi più che mai si possa dire che quest’idea non si è mai realizzata, e che la frattura tra il Nord e il Sud si è fatta più profonda. Forse l’Europa ha senso solo se essa si proietta verso l’altra sponda come uno spazio inclusivo e di libera circolazione tra persone e capitali. Ma si sa, il sottosviluppo è una funzione dello sviluppo…