Il vaso di Pandora dell’eutanasia infantile

Racconta Esiodo di quando Zeus fece dono a Pandora di un vaso, contenente tutti i mali del mondo. Con una sola, ma precisa indicazione: non aprirlo. Un’indicazione che inevitabilmente viene chiamata in causa in ogni dibattito sulla responsabilità del ricevere. Nel dono, infatti, non c’è solo la gratuità del dare, ma anche il dovere di far buon uso di quanto ricevuto, quando sia stato ricevuto. Come siano andate le cose per Pandora è sempre il poeta a raccontarcelo: Pandora, vinta dalla curiosità, aprì il coperchio. Ne uscirono la pazzia, la vecchiaia, la malattia, il dolore. Solo la speranza rimase sul fondo, ultima e sola. Spes ultima dea, dicevano non a caso i romani.

Ritorna sul mito di Pandora, René Stockman della Congregazione dei Fratelli della Carità. Vi ritorna con un libro, De doos van Pandora da poco pubblicato dalla casa editrice Halewijin di Anversa. Sono 130 pagine, scritte in nederlandese (ma la traduzione in inglese è data per imminente), con un sottotitolo alquanto esplicito e forte: Riflessioni sull’eutanasia da un punto di vista cristiano.

Dopo l’approvazione, il 13 febbraio scorso, della normativa che estende il campo di applicazione dell’ eutanasia attiva- legalizzata in Belgio nel 2002 – ai minori senza limite di età, quello di René Stockman è il primo tentativo critico a dare un inquadramento organico al problema. Un grosso problema, per tutti.

La prospettiva di Stockman è chiara fin dal sottotitolo: per lui si tratta di sottoporre la legge al vaglio critico di un’antropologia cristiana della vita. Si spiegano così i capitoli del libro dedicati anche al tema dell’aborto. Si spiegano non tanto in chiave che a qualcuno potrà apparire ideologica, ma proprio perché tra l’aborto legale e l’eutanasia attiva si frapponeva, finora, uno spazio temporale in cui tutto questo non era possibile, una zona franca dove né medici, né psicologi, né tribunali potevano decretare alcunché. Una zona franca che nemmeno il pensiero laico più radicale era riuscito a toccare, anche perché toccarla avrebbe significato (oramai parliamo al passato) scardinare i fondamenti giuridici stessi della civiltà europea.

Ma le riflessioni di Stockman – psichiatra, Superiore Generale dei Fratelli della Carità – toccano però due punti chiave che dovrebbero indurre a riflettere anche chi ritenga di non dovere o volere aderire a una visione cristiana dell’esistenza.

Primo punto: con la legge che estende l’eutanasia ai minori, in Belgio, ossia nel cuore dell’Europa, si è aperta una falla nel sistema della cura, dell’assistenza, della solidarietà. Dal punto etico, questa legge è in forte contrasto con il Giuramento di Ippocrate prestato da tutti i medici nel momento in cui iniziano a esercitare la professione.

Secondo punto: la pressione sociale e istituzionale sulle famiglie e sui malati, non ha nulla a che vedere nemmeno con la libera determinazione della volontà. L’eutanasia rappresenta qui un modo particolarmente subdolo per indurre la famiglia del malato e il malato a “togliersi di mezzo” da sé – risparmiando al sistema sanitario spese in termini di cure palliative e antidolore.

Terzo punto: il malato spesso, in quanto minore o affetto da Alzheimer non è nemmeno in grado di dire la sua! La legge infatti prevede una “finzione” di volontà, basata sulla “capacità di discernimento” la cui attestazione è determinata da esperti. Una finzione tecnica di volontà che non ha precedenti nella millenaria storia giuridica europea (forse solo a Sparta si assisteva a qualcosa di simile).

Quarto punto: si sta giocando sulla scarsa informazione. La gente ancora confonde il non accanimento terapeutico, l’eutanasia passiva e l’eutanasia attiva. Anziché informare, si provocano reazioni epidermiche ed emotive nella cittadinanza, criticando chi chiede più dibattito, più riflessione, più pacatezza su un tema cruciale.

Nel 2012, i casi di eutanasia attiva tra gli adulti sono stati 1432, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. In Belgio, come ha ricordato GianPaolo Salvini . sul numero del 15 marzo 2014 de La Civiltà cattolica, quella dell’eutanasia legale per gli adulti è una pratica che, resa legale, è andata diffondendosi assieme alla mentalità che la vede con favore. La legge non ha risposto a una richiesta, ha stabilito un punto di non ritorno nel dibattito e si è poi proceduto per costurire un consenso ex post rispetto a decisioni prese in fretta e furia.

Una strana torsione – che spiega anche il silenzio, a parte qualche commento del giorno dopo – del fronte laico, soprattutto in Italia. L’imbarazzo sulla questione è evidente, soprattutto perché nel reclamare diritti gli intelletuali laici italiani si sono sempre richiamati all’idea di autodeterminazione. Ma come si determina e, ancor più, come si autodetermina la volontà di un bambino, di un malato di Alzheimer o di un adolescente?

Proprio su questo tasto ha battuto lo scorso 3 aprile monsignor André-Joseph Leonard,arcivescovo di Malines-Bruxelles, che ha posto un problema: esiste davvero autodeterminazione nella richiesta di eutanasia attiva? Le pressioni sociali, le ristrettezze economiche, il dolore e lo sfaldarsi dei legami formali e informali di solidarietà non hanno un peso immenso nel determinare quella che a filosofi e intellettuali da salotto pare come una semplice “dichiarazione di volontà?

Per Monsignor Leonard, alla banalità del male stiamo affiancando la banalizzazione della morte. Ma banalizzare la morte significa forse rendere più valore alla vita? Ne siamo davvero sicuri? L’unica cosa certa è che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, se sul fondo resti ancora un’esile speranza tocca a noi capirlo.