False cooperative & indifferenza sociale

Marta è fortunata. Così dice di sé. Un lavoro ce l’ha e – ecco il motivo – «non in cooperativa». Laurea a Bergamo, voleva fare la psicologa. «Ora faccio tutt’altro», ma non mi dice cosa. E la laurea? «Quella la tengo per me, tanto in Italia non serve. Ma almeno dove lavoro mi pagano e non con stipendi che nemmeno i cinesi…». Quando parliamo di standard cinesi, nella pianura lombarda, «parliamo di 2, forse 3 euro l’ora. Le pare possibile?». In effetti non sembra possibile.

Il problema deve pur esserci, comunque, se l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, fra le priorità per questo 2018, accanto alle ormai annose vicende del lavoro nero e del caporalato ha posto la lotta alle false cooperative. False cooperative che sono una delle forme giuridiche – la più appettita se si deve concorrere ad appalti al ribasso- di comodo e di copertura dietro alle quali spesso caporalato e lavoro nero di nascondono. Ma non solo.

Un fenomeno sottostimato

Nel 2017, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha controllato 3.317 cooperative. Risultato? Più della metà (il 55%), per un totale di 1.826 sono risultate irregolari. Ne è emerso un numero di lavoratori irregolari pari a 16.838 di cui 1.444 completamente in nero. –

Ma se una falsa cooperativa è il nodo, il problema è anche la rete: per ogni falsa cooperativa, ci sono decine di imprese che usufruiscono dei suoi “servizi” a basso costo. Le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50%, “generando” un’evasione contributiva pari a 10,7 miliardi. Un sommerso che potrebbe riguardare milioni di lavoratori, i cosiddetti working poor: persone con un impiego che non riescono ad arrivare a fine mese.

C’è poi il caso migranti.L’ultimo caso pochi giorni fa, a Schio, in Veneto, dove un bengalese ha creato un sistema di cooperative edili di copertura, per assunzioni fittizie e conseguente vendita di permessi di soggiorno. «Di casi così ce ne sono tantissime», mi racconta B., muratore albanese.

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«Lavoro che uccide il futuro»

Ma il problema è forse ancora più grave. Un nostro sondaggio, molto empirico, rivela che al termine cooperativa l’82% degli interrogati subito associa connotazioni negative.

Le cooperative non vengono più percepite – e forse non lo sono più – come vettori di quella “civicness” che ne caratterizza lo spirito delle origini. Fra inclusione e esclusione sociale, il sentiment sulle cooperative propende per il secondo elemento: esclusione.

Vengono inoltre percepite come pura forma e, come accade in ogni questione nominalistica, poco importa per chi sta nel guado distinguere tra vere e false cooperative. Quando le parlo false cooperative Marta ride. E se ne va. Romina invece non è stata fortunata come Marta. Senza laurea né diploma – ma anche lei tira le somme: «a che serve, in Italia? Guarda in Parlamento…» – lavora per una cooperativa. Una cooperativa di servizi, come si dice in gergo. «Faccio le pulizie per strada», taglia corto lei.

Pochi euro all’ora. «Se in televisione sento parlare di Amazon mi viene da ridere o forse da piangere. Io prendo nemmeno la metà di quello che dicono guadagnino la dentro. E le ore che faccio sono davvero poche, quindi alla fine porto a casa 300 euro al mese se mi va bene».

Inutile spiegare che forse la sua cooperativa tanto cooperativa non è. Perché non denuncia? «E poi, che faccio? Mi trovo quasi per strada, non voglio finirci con le mie mani».

«Non provo più nemmeno rabbia»

Difficile capire, per chi non vola basso, che nel quotidiano di Marta distinguere falso dal vero è un puro esercizio nominalistico. Conta la realtà. E la realtà sono quei 300 euro al mese, prendere o lasciare.

Gianluca invece lavora nella piccola azienda del padre, nella bassa bresciana. Le cooperative a lui fanno venire in mente una cosa sola: immigrazione. «Sai quanti soldi ci fanno le cooperative con i profughi». Non c’è rabbia nelle sue parole, né quel disprezzo che spesso i giornali attribuiscono senza pensarci troppo alla gente che abita in queste terre di mezzo.

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Nelle sue parole c’è solo il tono di un’amara constatazione. Rassegnazione, forse. Ma per Roby che vive a Brescia, in città, guai a parlare di razzismo. «Io mi limito a dire che le cose stanno così. Se per voi stanno in un altro modo, forse non parliamo delle stesse cose». Con lui, due senegalesi lavorano al tornio. Non vogliono parlare di immigrazione. Ma del loro lavoro sembrano contenti.

Anche Le Monde, il 5 febbraio scorso, parlando di Brescia, ha detto che si tratta di un modello per tutta la Penisola. Nel 1990, gli immigrati residenti in città erano solo 2000. Oggi, sono 36 mila: un quinto della popolazione.

«Il problema non sono quelli che ci sono – dice Luca, che ci ha raggiunti al bar – ma quelli che arrivano perché è per ogni immigrato che arriva qualcuno ci guadagna. E guadagnarci sono ancora loro le cooperative». Siamo al punto di partenza. O è un circolo vizioso o è un cortocircuito. In ogni caso, le cooperative sono percepite come un problema.

Cervelli in fuga, braccia di ritorno

Se in Italia è così all’estero non va meglio. Gianluca fa l’infermiere. Si è fatto attrarre dalle tante parole dei giornali: «la Germania è meglio… là il lavoro…». Cervello in fuga ma ben presto braccia di ritorno. Sedotto da un’agenzia che cercava infermieri laureati da portare in Germania, è tornato a gambe levate… «Tutto, ma farmi sfruttare da una coop no», diceva. Poi però le cose non gli sono andate bene.

«Di farmi trattare come un cane, proprio no». Mentre i nostri ospedali – mi dice – «si riempiono di infermiere rumene, che poi sono comunitarie, noi andiamo all’estero. Generazione Erasmus, benvenuta all’inferno».

«La Germania aveva i suoi pregi: potevo far carriera, cosa che qui impossibile. Ma mi sono ritrovato a fare lavori che qui nemmeno mi sarei immaginato: lavori di fatica estrema fatica, solo per risparmiare sull’attrezzatura. Là siamo trattati come bestie, in case di riposo e cliniche a spostare cassoni e pazienti senza sollevatori, senza ausilio, senza niente». E anche lì, se non ti va bene: avanti un altro: di altri ce ne sono migliaia, milioni in Europa. Anche lui non crede più nelle cooperative. Né ai giornali. Possiamo dargli torto? Forse sì, ma non cambierebbe le cose.

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La realtà percepità è già una realtà

Non basta dire che la realtà percepita è diversa dalla “realtà reale”. La realtà percepita è già, nel concreto di ogni vita, una realtà. Quello delle false cooperative non è un falso problema. è un problema all’interno di un problema più grande: quello dell’inclusione sociale. E del legame, anche simbolico e culturale, che ne stava alla base. Tutto questo o è saltato o sta per saltare. Lo sanno bene i cooperatori, che da tempo si interrogano sulla questione. Ma forse la questione cruciale è ancora più profonda, va ben oltre temi come la legalità o l’opportunità, e tocca alla radice il nodo delle disuguaglianze economiche, sociali e del crollo delle aspettative (ossia del desiderio di futuro) nel nostro Paese.

«C’è un valore culturale forte, nella cooperazione, nell’auto aiuto, nel mutualismo, nella solidarietà informale della famiglia o tra le generazione, e nella capacità di leggere l’economia come spazio concreto del vivere e del fare, non come mero purgatorio dei numeri», ci spiega il sociologo Richard Sennett.

«Tutte cose che in Italia hanno una tradizione antica e vitale. Una tradizione che parla però già il linguaggio del nostro futuro. Perché cooperare è il futuro». Tutto questo, lo stiamo perdendo.