La piazza e la torre: non basta cambiare paradigma per capire il nostro tempo

Osservava Winston Churchill che «quanto più a lungo guardi nel passato, tanto più lontano guardi nel futuro». Ne è convinto anche lo storico Niall Ferguson, che nel suo ultimo, importante libro The Square and the Tower (trad. it La piazza e la torre, Mondadori, Milano 2018, pp. 581, euro 30), delinea una mappa concettuale utilissima per comprendere quel territorio che chiamiamo “il nostro tempo”.

Una prospettiva contro i punti di vista

La piazza e la torre, la gerarchia e la rete. Il nodo di un potere che ci appare sempre meno decifrabile seguendo paradigmi tradizionali si gioca ancora fra queste due forme di organizzazione umana.

In un tempo di network, la crisi sembra riguardare prevalentemente l’equilibrio di potere fra ordine e gerarchia. Sarebbe comunque un errore. osserva Ferguson, «credere che internet abbia rivoluzionato il mondo». Internet, ossia la rete, ha solo spostato ulteriormente gli equilibri di potere, ma non li ha cancellati. Li ha spostati e con l’avvento del Web 2.0, li ha mascherati.

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Per Ferguson, tra i più influenti commentatori politici ed economici, la rete non è una novità, ma una polarità che esiste indipendentemente dal livello tecnologico di una società. Anche se la tecnologia può determinare a quale dei due poli fra gerarchia e rete spetti il predominio. ​Quale polarità ha oggi il sopravvento? La torre, ovvero la gerarchia, o la piazza, ovvero la rete? La risposta corrente, diventata quasi luogo comune, è: “la rete”. Ma la risposta corretta potrebbe essere contro intuitiva: “la gerarchia”.

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Uno sguardo miope al passato

A volte, sembra si sia destinati a tentare una comprensione del nostro tempo ricorrendo a stumenti e parametri vecchi di mezzo secolo. Così, spiega Ferguson, dopo lo scoppio della crisi finanziaria molti economisti «si sono visti ridotti a riciclare le idee di John Maynard KeynesPosti di fronte al populismo, gli esperti di politica e relazioni internazionali hanno rispolverato il fascismo. Come se l’epoca fra le due guerre mondiali «fosse l’unico periodo storico che abbiano studiato».

Potere

Lo stesso, spiega Ferguson, vale per le relazioni internazionali, ancora intrappolate in terminologie e concetti sorti all’incirca nello stesso periodo storico: realismo, idealismo, progressismo, deterrenza, disarmo. Come se il proliferare dei punti di vista – di commentatori, giornalisti, esperti – offuscasse ogni prospettiva storica e, di conseguenza, concreta sui problemi globali e locali in un’epoca profondamente diversa. Anziché capire a fondo il cambio di secolo, si propongono cambi di paradigma che coincidono con regressioni al secolo passato. In sostanza, per dirla con un’immagine, ci si dota di mappe per muoversi su un territorio che, nel frattempo, è profondamente mutato.

 

Vecchia dialettica per forme nuove

Tornando alla tensione dialettica rete-gerarchia, Ferguson osserva che dinanzi alle burocrazie novecentesche e alle appendici delle macchine-partito in declino, «la combinazione diinnovazione tecnologica e integrazione economica internazionale ha creato forme interamente nuove di rete». Forme che vanno dal pesante mondo di sotto della ciminalità (crime & business network) al rarefatto mondo di sopra di Davos. È precisamente in questa tensione che si ripropone, oggi, con grande forza e urgenza il tema della sopravvivenza di ciò che sta nel mezzo. Un mondo che ha bisogno di capire la tenaglia in cui è finito, ben di seguire gli appelli al cambiamento.

Ci lamentiamo di essere schiacciati sull’oggi e dimentichiamo di avere abbastanza passato da poter allargare la prospettiva e il campo. Aprendolo a una domanda: «la nostra epoca è destinata a ripetere le esperienza del periodo successivo al 1500, quando la rivoluzione della stampa ha scatenato un’ondata rivoluzionaria dopo l’altra?». Le nuove reti ci libereranno dalle catene dello Stato amministrativo, che Ferguson legge come incarnazione finale di burocrazia e macchina-partito? Oppure le gerarchie del nostro tempo prevarranno e riusciranno, ben più rapidamente ed efficacemente di quanto non fecero i loro predecessori imperiali, a «cooptare le reti e arruolarle nel loro antico vizio della guerra»?

La gerarchia nascosta

I nuovi abitanti delle torri hanno tutto l’interesse a promuovere una romanticizzazione del futuro incardinata sulle parole d’ordine “collaborazione”, “uguaglianza”, “diritti”, “libertà”.

Salti di paradigma apparenti, che mascherano veri e propri salti nel buio. E quando il fondatore di Facebook Mark Zuckemberg, rivolgendosi nel 2017 agli studenti di Harvard, sostiene che la battaglia finale si combatterà tra «le forze della libertà, dell’apertura e della comunità globale contro le forze dell’autoritarismo, dell’isolazionismo e del nazionalismo», ciò che omette di dire è quanto la sua corporation sia stata e sia d’aiuto alle seconde.

La rete sta per essere risottomessa alla gerarchia e la piazza assoggettata alla torre? Forse è già successo. Quando parliamo di rete e alludiamo a internet dovremmo sempre ricordarci della sua infrastruttura proprietaria: cavi sottomarini, fibre ottiche, collegamenti satellitari, server. Un oligopolio ben poco utopico. Le reti stanno assumento una struttura sempre gerarchica. L’egemonia che crediamo a vantaggio delle piazze (digitali), sarebbe dunque tutta a favore delle torri.

«Con un numero sempre più piccolo di hub iperconnessi che torreggiano sulla massa dei nodi meno fittamente connessi». Pensare che questa rete possa essere «strumentalizzata da corrotti oligarchi o fanatici religiosi per scatenare un nuovo imprevedibile tipo di guerra» è ben più che una possibilità. Questa guerra asimmetrica è il cuore oscuro del nostro tempo. Il volontarismo delle scelte non basta, senza una precomprensione adeguata. Libri come La piazza e la torre ci aiutano a capire e, di conseguenza, ad agire.

«La guerra – spiega Ferguson – è già iniziata». Se così stanno le cose, muoversi in fretta e non a vuoto è ben più che un’opzione di scelta. È una priorità vitale per un società che voglia ancora dirsi civile.